Recensione del 21/02/23 su Mescalina.it a cura di Pietro Cozzi
Formatosi nel 2020, Yugen è un trio abbastanza atipico, soprattutto se ci si riferisce alle classiche impostazioni jazzistiche della formazione che allinea pianoforte (Katya Fiorentino, qui anche synth), basso (Stefano Compagnone) e batteria (Maurizio De Tommasi). Manca il predominio delle tastiere, da intendersi come motore armonico-melodico e solistico quasi esclusivo, ma nemmeno l’interplay, pur ovviamente presente, sembra essere l’idea propulsiva più forte.
Alla base della ricerca musicale e della scrittura dei pezzi spicca invece l’iterazione, affidata alle “fondamenta” del basso e soprattutto al piano, com’è evidentissimo fin dalla traccia di apertura, l’affascinante Loose Words. Piccole cellule ritmico-melodiche trascinano l’ascoltatore dentro un’architettura che rappresenta un approdo sicuro ma che al tempo stesso si carica di aspettative per le imminenti divagazioni in arrivo. È una scelta che evoca la forma della preghiera, soprattutto di un certo salmodiare in cui la ripetizione delle formule accumula l’energia da cui far scaturire poi una profonda meditazione o un’estasi spirituale, affidata qui ancora al pianoforte o alle vibrazioni del basso.
L’esplorazione cosmica in cui culmina Tears and Light, che riecheggia Battiato e si avvale anche della chitarra ospite di Valerio Daniele, è un buon esempio di questo modus operandi. È uno stile che viene approfondito fino all’estremo, al punto che la conclusiva After the Wait può forse apparire un ulteriore riassunto di quel che si già è ascoltato in abbondanza. A metà del lavoro, la lunga Interludio-Picture#1 porta lo schema al livello più alto: le fitta trama dell’ostinato del piano, rivestito da una cortina di effetti elettronici, lascia spazio a composte, delicate, minimali divagazioni. Qui si affaccia un altro aspetto importante del disco, che accanto alle austere impalcature ritmico-melodiche fa trasparire una sofisticata vena nostalgico-malinconica, qualche volta piacevolmente pop. Una vena carsica, ma non troppo, che richiama moltissime influenze. È difficile sfuggire, ad esempio, al fascino di una ballata come Sheets from Afar, con la sua serena e luminosa melodia, o all’agile “escursione” in tempo dispari di Wood. Entrambi i brani ci mostrano un approccio più libero, ma altrettanto affascinante e foriero di futuri sviluppi.